Giallo Tarassaco
Il presente percorso raccoglie le poesie premiate nella quarta edizione del Concorso Semi diVersi, promossa nel 2025 dall’Amministrazione Comunale di Riese Pio X, che ha registrato la partecipazione di 325 persone a partire dagli 8 anni.
L’iniziativa, giunta al suo quarto anno, conferma un interesse in costante crescita, coinvolgendo un numero sempre maggiore di bambini, giovani e adulti. Un risultato reso possibile anche grazie al prezioso contributo degli insegnanti, che con impegno e sensibilità accompagnano i più piccoli nella scoperta e nell’espressione della parola poetica. Parallelamente, la significativa adesione delle fasce più adulte testimonia come la poesia continui a rappresentare una forma espressiva viva e attuale.
In questo contesto, la parola poetica si configura non solo come strumento di comunicazione, ma come spazio di elaborazione del pensiero e di interpretazione della realtà. La cura nella scelta delle parole diventa così un gesto consapevole, capace di incidere sul modo in cui comprendiamo e abitiamo il mondo. Camminando tra questi leggii, il visitatore è invitato a rallentare, ad ascoltare, a lasciarsi attraversare dalle voci raccolte in questo percorso. Ogni verso è un seme: silenzioso, leggero, ma capace di mettere radici nello sguardo di chi legge, proprio come il giallo del tarassaco popola i prati di aprile. E forse, proprio qui, tra un passo e l’altro, potrà nascere qualcosa — un pensiero inatteso, un’emozione condivisa, o semplicemente un nuovo modo di sentire il mondo.
Scuola Primaria
PRIMO PREMIO
Originale poesia in rima baciata dedicata a uno zaino, immaginato dal piccolo poeta come un vero compagno di viaggio e di vita. Attraverso versi creativi e ricchi di fantasia, l’autore riesce a trasmettere l’importanza dei sogni, anche di quelli più audaci e un po’ folli, trasformando la vita in un affascinante viaggio verso l’universo.
La poesia comunica freschezza, curiosità e desiderio di esplorare il mondo, invitando ciascuno a cercare i propri sogni, forse nascosti sul fondo del proprio zaino. Dai versi «eppure lo prendo senza timore, perché so che ogni cosa ha il suo valore» e «anche se lo zaino è strano e diverso» emerge inoltre un delicato messaggio di accoglienza della diversità e di coraggio nell’affrontare le sorprese della vita.
In questi versi si coglie una sorprendente maturità espressiva: il giovane autore riesce a donare piccole perle di saggezza che parlano non solo ai bambini, ma anche agli adulti. Per l’originalità, la sensibilità e la profondità del messaggio, la giuria assegna a questa poesia il primo premio.
Il mio zaino è un po’ curioso,
a volte sembra proprio misterioso.
Ci metto libri, matite e fogli,
ma trovo anche sogni e sogni un po’ folli.
Ogni tanto è pieno di cose strane,
fiori secchi, piume e pure delle banane.
Un giorno ho trovato una vecchia moneta,
l’altro un bottone che sembrava di seta.
Mi chiedo: “Perché è così strano?”
Forse anche lui cerca un cammino lontano.
Ogni giorno aggiunge un po’ di magia,
un oggetto buffo, una nuova allegria.
Eppure lo prendo senza timore,
perché so che ogni cosa ha il suo valore.
Anche se lo zaino è strano e diverso,
è il mio compagno nel viaggio verso l’universo.
SECONDO PREMIO
Delicata composizione in cui le parole scorrono leggere e arrivano dritte al cuore. Il piccolo poeta riesce a descrivere con sensibilità la sensazione di pace e dolcezza che nasce dall’osservare un cielo stellato, trasformando questa meraviglia in versi semplici e profondi.
La poesia invita a fermarsi, ad ascoltare il silenzio e a contemplare le bellezze della natura, racchiudendo in poche intense righe un grande messaggio: imparare a guardare il mondo con stupore e gratitudine.
Un testo che diventa anche un invito a lasciarsi ispirare dal creato e a trasformare le emozioni in parole.
Per la sensibilità espressiva, l’armonia dei versi e la capacità di trasmettere meraviglia e serenità, la giuria assegna a questa poesia il secondo premio.
Alzo lo sguardo
e vedo
un cielo magnifico
trapunto di stelle.
Guardo questo spettacolo della vita,
assorta.
Resto senza fiato
nel contemplare la volta celeste.
Poi mi alzo,
vado via,
con nel cuore
una poesia.
TERZO PREMIO
In questa vivace poesia in rima baciata, scritta con freschezza e simpatia, il giovane autore si immagina come un coraggioso pirata che ha cambiato equipaggio. Attraverso questa originale metafora, il bambino racconta con sincerità la difficoltà e la tristezza iniziali nel cambiare scuola, trasformando però l’esperienza in un’avventura da affrontare con coraggio.
Nei versi emerge un messaggio positivo e rassicurante: anche di fronte ai cambiamenti e alle paure, con fiducia e determinazione è possibile trovare nuovi amici e nuovi orizzonti.
Per la spontaneità, la creatività e le belle parole di incoraggiamento che offre a tutti coloro che affrontano momenti di cambiamento, la giuria assegna a questa poesia il terzo premio.
Cambiare fa paura,
sembra difficile una sciagura.
Sembra difficile, complicato,
ti senti triste disorientato.
Cambiare scuola cambiare equipaggio.
Ma ricorda, non arrenderti
ci vuole un po’ di coraggio,
per andare all’arrembaggio.
Scuola Secondaria
PRIMO PREMIO
Un’opera capace di incantare per la naturalezza con cui abita il tema del cambiamento. Qui la nuvola si fa metafora vitale di un’identità in perenne divenire: mai statica, mai definitiva, ma sempre autentica. La giuria è rimasta colpita dal ritmo incalzante dell’anafora centrale — “come si faccia, come si cresce, come si capisce” — parole che battono nel verso come un cuore inquieto e vivo. E poi la chiusa, quel DIVENIRE scolpito in maiuscolo, che smette di essere un’incertezza e si trasforma in un tesoro prezioso. È una lezione di accettazione di sé, scritta con la libertà di chi sa guardare il cielo e riconoscersi in una nuvola.
La mia nuvola mutaforma
da un leone può diventare
una cicogna.
Così io
da una bambina
una ragazza sono diventata.
Io però
non so
come si faccia,
come si cresce,
come si capisce.
Forse non sono pronta,
forse non sono capace.
Ma quella nuvola
mi ha insegnato
a non temere
di cambiare,
di capire.
Perché non è importante
come va a finire,
è più importante,
è più prezioso,
il mio divenire.
SECONDO PREMIO
Componimento di straordinaria intensità, costruito su antitesi serrate che rendono il conflitto interiore quasi fisicamente tangibile. È un corpo a corpo tra opposti: la perfezione contro la semplicità, l’ossessione contro lo sforzo. Ma il cuore dell’opera risiede in quel folgorante ossimoro finale — “UN VUOTO STRARIPANTE” — un paradosso apparente che cattura con precisione lo stato di chi si sente colmo proprio della propria stanchezza. Qui la fatica del fare non è più un peso, ma si eleva a forma di salvezza. Siamo davanti a una scrittura coraggiosa, che non teme di mostrare le cicatrici e che, proprio per questa sua nuda verità, riesce a convincere e a emozionare.
Come spiegartelo che quando sbaglio
non me lo perdono, che quando cado
non me lo permetto, che quando sogno
non mi limito.
Come spiegartelo che quando mi
focalizzo non mi stanco,
qualunque sia l’obiettivo,
costi pure qualche pianto.
Come spiegartelo che i miei occhi
non vedono ciò che vedi tu:
sono solo degli atroci specchi,
che distruggono le mie virtù.
Solo in alcuni attimi mostrano i miei traguardi
per i quali mi son procurata dei tagli
nell’anima mia, che ora è in difficoltà
tra il credere a se stessa
o alle loro “assurdità”.
Tu non lo capirai, ne sono certa,
perchè la nostra visione del mondo, ora, n
on è la stessa.
Tu vuoi la semplicità,
io la perfezione,
tu il minimo sforzo,
io l’ossessione.
Probabilmente così mi ferisco,
lo so,
ma come posso rinunciare a ciò
che ancora non ho visto?
Ogni volta che fingo alla mente mia
tu mi illudi ma perché,
perché la realtà, realtà rimane?
Come spiegartelo
che la stanchezza del mio corpo
è la salvezza della mia mente,
che quel senso di aridità dopo quest’ arduo fare
è la cosa che più mi riempie:
un VUOTO STRARIPANTE.
E quando mi dici che “deve essere solo un gioco”,
forse un po’ ti capisco,
ma solo perché, la paura che la mia “carta” non sia pescata, nella mia mente si è innescata.
Nonostante le nostre visioni opposte
so che tu ci sarai
e che, quando ne avrò bisogno,
mi consolerai e supporterai.
Ora ti saluto,
vado in campo,
a lottare per ciò che tanto
ho narrato in questo confronto.
TERZO PREMIO
Ciò che colpisce di questo componimento è il ritorno alla forma antica dell’ode classica, restituita a noi con una freschezza e un trasporto davvero inusuali. È una scrittura dove la rima è curata e il ritmo sostiene un cuore poetico fatto di pura sinestesia. Qui il suono — esperienza dell’udito — si trasforma in visione: un “canto di un milione di usignoli in volo” che trascina chi legge in un movimento libero e infinito. L’opera riesce a trasfigurare la materia inerte del legno in spirito puro, chiudendo con un’iperbole che è, in fondo, una verità profonda: l’arte ha il potere di commuovere persino un cuore di granito.
Oh caro il mio violoncello! Mi dai molte
emozioni: felicità, orgoglio e mi fai
innamorare! Il liutaio che ti forgiò,
il legno lo chiese agli dei;
le corde ai migliori fabbri domandò.
Il tuo suono è come il canto
di un milione di usignoli in volo,
è bello, stupendo, di un quadro ha l’incanto.
Oh, caro mio, non farmi rimanere solo.
Io ti ho capito, non come altri che han finto,
io ti ho provato e sono stato rapito;
ti ho fatto suonare e tra gli altri ti ho distinto:
commuovere faresti anche un cuore di granito.
Scuola Secondaria di II grado
PRIMO PREMIO
La poesia dà voce alle infinite incertezze e alle paure di un cuore in formazione: al peso, sulle giovani spalle dell’autore, di aspettative che non sono solo sue, ma di un intero mondo che sembra in attesa di un progetto chiaro e definito. Ma tra questa “nebbia densa” che gli riempie i polmoni, con un ritmo poetico già maturo, si fa strada “una gioia che brucia e che dà la carica”, e si prospetta un futuro senza barriere e una libertà senza confini: un inno alla felicità di vivere che fa fare pace col presente.
Ho i polmoni pieni di una nebbia densa:
la chiamano scelta, io la chiamo vertigine.
È un’ansia che spinge, un rumore costante
mentre il mondo fuori pretende un disegno,
una strada dritta, una risposta pronta.
Io temo l’errore come si teme il buio,
ho paura di chiudermi in una vita
che non mi somiglia, che mi sta stretta.
Eppure, sotto la pelle sento una scossa,
una gioia che brucia e che dà la carica:
è il potere di essere l’unico
a decidere come gestire il mio caos.
Perché il mio futuro non è un binario già fissato,
è un atto di coraggio contro ciò che è già scritto.
Non cerco la calma di un posto sicuro
ma la libertà che non ha confini:
quella prospettiva senza barriere
dove ogni sbaglio è finalmente mio
e ogni vittoria ha il mio sapore.
SECONDO PREMIO
La montagna è vita, forza, capace di inondare il cuore di serenità. È un’energia che si porta dietro il suono della storia e gli echi del passato, che si confondono col canto dei torrenti e del presente. La giovane autrice ne avverte l’imprevedibilità e il potenziale pericolo, ma ne celebra anche la capacità di infondere il necessario coraggio a chi l’affronta con il dovuto rispetto. Un inno alla libertà che può provare solo chi sa rapportarsi con essa.
Alta, imponente
massiccia come un antico pensiero.
Serenità nel suo silenzio profondo
che m’innonda il cuore.
Al tatto energia pura,
cristalli che ricaricano l’anima.
Con sé l’eco della storia,
di guerre incise nella roccia per lasciar memoria.
Pericolosa, imprevedibile,
non facile da affrontare,
ad ogni passo la mia inferiorità,
ad ogni salita il mio coraggio.
Cantano i torrenti,
protette dal loro respiro vite nascoste,
parti di un mondo selvaggio.
Conquistare la vetta non è dominarla,
ma ascoltarla, rispettarla,
trovare, lassù, la mia libertà.
TERZO PREMIO
In questa poesia l’autrice gioca con il tempo, e lo fa con la leggerezza di una giovane che misura l’attimo con l’attesa ansiosa del suono di una campanella, o con il gioco di un bambino, che l’istante se lo vede sfilare tra le dita quando gioca. Diventa gioco la stessa descrizione del tempo, con ammiccamenti ad aritmetica e filosofia, con una strutturazione dei versi festante e allegra, che si conclude con la serena accettazione di quel mistero che “ci comanda/ stando alla base dell’universo intero”.
POESIE VINCITRICI
PER LA SEZIONE DEL DONO
In collaborazione con Avis,
sezione comunale di Riese Pio X
Sezione Università e età adulta
PRIMO PREMIO
Lirica efficace, riflette nei suoi brevi versi, cadenzati da sapienti rime, una serie di similitudini che dipingono lo scorrere del Tempo nelle sue numerose e stravaganti evoluzioni.
Il tempo è raccontato come un essere capriccioso e risoluto che si trasforma a seconda delle evenienze, ed è arbitro assoluto di tutte le vicende umane, ma alla fine “passa sempre e tutto prende”.
Il tempo ne fa di queste cose:
ci marcisce nell’acqua, come petali di rose,
trasforma i nostri versi
in vuote aride prose,
ci affonda lentamente
come fa con Venezia il Mose.
Il tempo agisce come in preda a muta rabbia
distrugge i suoi propri
castelli di sabbia,
ti regala oro
e poi ne fa una gabbia,
desquama i tuoi ricordi
come la pelle la scabbia.
È un bambino capriccioso
– piange strepita strilla –
è un vecchio barboso
– lancia ingiurie e barcolla –
ricalca i segni dell’anima
e sul tuo volto li incolla,
ti concede giorni,
ma poi non ti molla.
Il tempo è il grigio manto
che ci ricopre
il tempo è il vuoto canto
che ci risuona
sono i fili d’argento
che ci intesse nella mente
è l’incessante vento
che soffia e mai non cala.
Il tempo è il mantello
che ci tarpa le ali,
il tempo è il cappello
che pesa gli ideali,
il tempo è il tappeto
che vorremmo volasse,
il tempo è ogni tuo sbaglio
tramutato in tasse.
Il tempo è la cenere
del mercoledì di Pasqua
che si deposita in testa
e più non passa.
Il tempo è il virus
che cancella ogni cosa,
è un malware, un trojan,
una creatura odiosa,
è il tasto che più
non funziona per l’usura
è la connessione che lagga
e non sai più quanto dura.
Ma il tempo talvolta
è il cielo sereno,
è un bimbo che sorride
col suo volto pieno,
è l’erba che spunta
da un arido terreno,
è l’antidoto naturale
contro ogni veleno.
Il tempo diventa allora
un uomo generoso,
ti ricorda bei giorni
anche in un mattino uggioso,
costruisce porte
verso un passato glorioso,
ma passa sempre
e tutto prende, impietoso.
SECONDO PREMIO
Poesia ispirata alla solitudine umana, paragonata alla nebbia nella quale molto spesso ci si trova a camminare, Ti muovi ormai nella nebbia è un canto triste, metafore delle paure e delle incertezze di chi a volte non sa più riconoscere nemmeno sé stesso. Le immagini usate sono forti e significative, lo stile breve ed incisivo.
Ti muovi ormai nella nebbia
fitta di spine che il tempo
conficca nel tuo fianco
Animale ferito
arranchi nel bianco
che cela come coltre
le forme
i nomi
le strade
e non sai vedere oltre
In un cieco chiarore
indovini i tuoi passi
fragili incerti
come se non ricordassi
neppure
che sai ancora camminare
nonostante le paure
Pallido oblio
buio di latte
ostinata cerchi un bagliore
di memoria
Ma quello ti sfugge
si dibatte
Resti da sola
con il tuo dolore
E mi trovo
negli occhi spenti
vuoti e profondi
a implorare con forza di preghiera
che nella tua sera
“Chi sei tu?”
diventi
ancora
di nuovo
così
“Ah,
sei qui”
TERZO PREMIO
Cambiare strada, evitare il temporale, il vento, la luce del mattino per evitare di affrontare i cambiamenti che possono dare un diverso significato a ciò che si aveva alla partenza di un percorso pensato insieme a qualcuno, o forse da soli.
Cambiare strada
per il temporale che poi non verrà
per una buca che solo tu hai visto
per evitare il nemico o l’amico
Cambiare strada
perché è cambiato il vento
perché l’assenza è troppo forte
dunque per evitare la morte
Cambiare strada
e trascinarsi radici
e cercare un posto senza asfalto
dove riaffondare
Cambiare strada
nebbie colori
cambiare la luce del mattino
il tono delle voci
la curva degli sguardi
e farsi riportare
al punto di partenza
dove la strada iniziò
dove aveva un senso partire
dove mi hai aspettato
anche dopo che tutto è cambiato.
POESIE VINCITRICI PER LA SEZIONE DEL DONO
In collaborazione con Avis, sezione comunale di Riese Pio X
Il dono è un gesto più che un oggetto consumistico, è ringraziamento e cura, un atto gratuito che mettendo al centro sincerità, gentilezza e altruismo fa felici gli altri e rende vero – e non verosimile – il mondo in cui viviamo.
I doni non sono solo nei pacchetti
con fiocchi lucenti e carta a quadretti.
Un dono è un sorriso dato per gioco
una carezza che scalda il cuore un poco.
E’ un amico che ascolta e ti fa compagnia,
una storia letta prima di andare via.
E’ dire “grazie” con voce gentile,
o aiutare qualcuno con gesto sottile.
I doni più belli non costano niente,
ma fanno felice tutta la gente
se li regali con amore sincero,
il mondo diventa un posto più vero.
Il dono più grande è poter vivere la vita in allegria/ io chiedo solo di poterlo fare con la mia. La giovane autrice (come il giovane Saba della poesia “Il borgo”) vorrebbe alzarsi dalla malattia, uscire dal letto, abbandonare la sedia da cui osserva il mondo scorrere e le vite degli altri per immergersi nella vita di tutti ed essere come tutti gli uomini di tutti i giorni (anche se nella sofferenza quotidiana si sente diverso dagli altri), senza dover essere speciale ed essere definito un’eccezione. “Abbi cura di te stesso e sii grato”, conclude, perché la salute e un corpo sano sono il regalo più grande che possa esserti donato. Un messaggio alto, altruista, di chi conosce il valore conoscitivo della sofferenza e fa un appello ai sani di non sprecare il dono della salute, il cui vero valore ella può capire dalla sua posizione di sofferente attenta e sensibile. Un dono alto, il suo, che le permette, alla fine, di volare abbracciando le vite degli altri.
Sono tante le cose che non posso fare
e tante persone di me non se no vogliono interessare
Vorrei solo un po’ d’attenzione
per far capire loro che non sono un’eccezione.
Dalla mia sedia osservo il mondo intorno
mille avventure a me proibite adorno
Sento di non assomigliare a nessuno
là fuori come me non ce n’è neanche uno.
Nel mio cuore delle amicizie vorrei trovarne
per non sentirmi più solo e finalmente parlarne
Dicono di me che sono “speciale”
ma forse è proprio questo a rendermi diseguale.
Tante sono le mie paure e incertezze
che di continuo si rincorrono come brezze.
Dentro di me urla mute a squarciagola
per gridare a tutti che anche uno come me alla fine vola.
Essere accolto e non giudicato
può essere per me il dono più inaspettato.
Il dono più grande è poter vivere la vita in allegria
io chiedo solo di poterlo fare con la mia.
Ogni momento con tutto me stesso continuo a lottare
anche se sono immobile e dal letto non me ne posso andare.
A te che corri là fuori una cosa la voglio dire,
che valga ora e tutti i giorni a venire
“Abbi cura di te stesso e sii grato”
perché la salute e un corpo sano sono il regalo più grande
che possa esserti donato.
Echeggiando Montale de “Non chiederci la parola”, l’autore fa una dichiarazione di poetica del dono concreta e realistica, opposta alle poetiche dei vati e dei veggenti: esserci per l’altro, restare, aspettare senza nulla chiedere (nemmeno la montaliana parola che squadra l’animo e lo dichiara o la formula che apre nuovi mondi). Si dona il proprio tempo, la propria presenza, si rimane al fianco anche quando il resto del mondo decide di andarsene.
Non ti porto cose
Che si consumano in fretta,
né promesse lucide
che il giorno smentisce.
Ti porto il mio restare.
Ore lente,
inermi davanti al tuo silenzio,
capaci di aspettare
senza chiedere nulla.
Il tempo che ti do
Non chiede ricompense:
si siede accanto a te,
respira il tuo passo,
impara il tuo nome.
Perché donare tempo
È dire: io ci sono,
anche quando il mondo
ha già deciso di andare.
Dall’asfalto delle relazioni, fatto di monadi isolate, la gratuità improvvisa di un gesto può bucare l’incomunicabilità fra i viventi: quando soffia la brezza dell’Amore, agisce spesso sulle fragilità e le imperfezioni, come soffioni che faranno germogliare tenacemente altri fiori di tarassaco, gialli di luce, che si trasformeranno in altri semi, in altro croma di vita, all’ infinito, vincendo la tristezza che avvolge, nell’isolamento, le nostre rapide vite.